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La Siria mi ha lasciato una immagine di grande dolcezza

Testimonianza. Parla Ines Gerbault, una giovane donna che ha vissuto nel paese mediorientale nel 2008-2009

Ines Gerbault è una giovane donna che si è laureata in inglese, arabo e italiano all’università di Ginevra. Ha sempre amato viaggiare. «Simplement», con uno zaino in spalla. È un’ambientalista e si è impegnata come volontaria in varie associazioni francesi che si occupano di preservare la natura. Da tre anni lavora a Parigi, a tempo pieno, con l’organizzazione Greenpeace France. Nel 2008/09 ha vissuto in Siria. Si era recata all’università di Damasco per approfondire la conoscenza della lingua araba. Le abbiamo chiesto una semplice testimonianza, ponendole alcune domande sul suo vissuto prima che la Siria piombasse nell’attuale tragica situazione. 

Come sei arrivata in Siria? Di che cosa ti occupavi? Come hai vissuto e che cosa ti ha lasciato, infine, la Siria? 

«Ho seguito dei corsi di lingua araba all’università di Damasco. Poi ho lavorato come insegnante di francese in una scuola materna siriana. Ho avuto la fortuna di abitare con una ragazza siriana di religione cristiana. Per merito suo, ho avuto l’occasione di conoscere profondamente la cultura siriana, di incontrare altri giovani e ho imparato a vivere come loro. La Siria mi ha lasciato un’immagine di grande dolcezza: il richiamo della preghiera che risuonava, in alto, fino al monte Qasiun, il sorriso del negoziante che viveva proprio sotto casa mia, i piatti squisiti che ci offriva la vicina... Quell’anno in Siria per me ha significato molto di più che un semplice “Erasmus” all’estero. Mi sono innamorata di quel paese e del suo popolo».

«Damasco d’estate, sorseggiando una limonata alla menta nel cortile di Dar Al Giabri (...), Il verde dell’islam, dei cedri e dei mosaici nella mosche degli Omayyadi di Damasco e dei mazzi di menta e prezzemolo (...)». È una frase di un libro (Gli arabi invisibili di Paola Caridi - Ed. Feltrinelli - 2007) che vuole dimostrare che noi europei siamo prigionieri degli stereotipi sul mondo arabo in generale. Un po’ islamofobi, anche se non pienamente consapevoli, e, secondo le analisi del grande intellettuale palestine-se Edward Said, molto “orientalisti”. Puoi darci, naturalmente secondo la tua esperienza diretta, un’immagine, quanto più veritiera del popolo arabo-siriano? 

«Il mondo arabo si estende dal Marocco all’antico Sultanato di Amman. E ogni paese ha una sua specificità. La Siria ha la particolarità di avere ospitato le più grandi dinastie della storia del mondo arabo: gli Omayyadi, gli Abbassidi, i Mamelucchi e gli Ottomani. Ed è stata percorsa dalle più imponenti carovane della “Silk road” (le vie della seta). Non esiste una città che non abbia tracce del passato. Tracce di popoli che a suo tempo l’hanno abitata. Una chiesa cristiana, per esempio, in passato poteva essere stata una vecchia sinagoga ebraica, trasformata a sua volta in moschea, lasciando il tetto della chiesa cristiana. Quanto insegnamento di cultura e di vita!». 

Che cosa significa essere una donna araba, musulmana sunnita o sciita/alawita? Ma anche araba melchita o greco ortodossa. E kurda araba e armena. E araba drusa. Ciò che colpisce di più l’immaginario italiano, ma anche europeo, è la visione di “questo variopinto esercito di donne velate”. Hai vissuto in Siria e ti sarà capitato nel contesto della società siriana di soffermarti sulla discriminazione e sottomissione del mondo femminile. (Cosa peraltro ampiamente presente nel mondo occidentale!).

«Molti mi domandano, spesso, se ho dovuto portare il velo durante il mio soggiorno in Siria. Un’assurdità, niente di tutto ciò. A Damasco si assiste a una mescolanza di donne velate e di altre vestite come in Europa, con jeans e minigonne un po’ audaci. È vero, tuttavia, che il velo è più presente di cinquanta anni fa. E ciò coincide con la presenza, supportata da spot pubblicitari, del fondamentalismo wahabita (vedi Arabia Saudita). Io, in ogni caso, come straniera non sono mai stata importunata. Al contrario, sono stata molto rispettata».

So che a Parigi ti adoperi per dare un senso alla solidarietà e alla vicinanza con il popolo siriano in un momento a volte di difficile comprensione dell’attuale guerra civile. Secondo la tua personale conoscenza, puoi darci qualche elemento in più per capire quello che sta succedendo in quel “sofisticato” paese? 

«Con l’inizio della ribellione, parlandone e comunicando per mezzo di Facebook, ho scoperto con mio grande stupore che molte persone che avevo conosciuto erano favorevoli al regime. Mi chiedevo come fosse possibile sostenere un governo che non esitava a massacrare il suo popolo. Forse era la paura per quello che avrebbe potuto succedere dopo o, semplicemente, perché alcuni non avevano mai avuto problemi con il regime siriano. Alcuni preferivano che rimanesse al potere Bashar al-Assad anche se, per ristabilire l’ordine, il regime era intenzionato a fare una strage di cittadini. In una stessa famiglia le idee erano spesso confuse e divergenti. In ogni caso, oggi, le condizioni di vita si sono aggravate per tutti. I prezzi sono saliti alle stelle, la gente ha perso il lavoro, le abitazioni crollano sotto i bombardamenti. Molti sono senza un soldo e ricorrono ai rapimenti per avere un riscatto. Di fronte a questa situazione, abbiamo pensato di fondare a Parigi un’associazione per venire incontro alla popolazione siriana che ha bisogno di aiuto. Questo è il nostro indirizzo internet: (http: // www. coupdepouce.info/Syrie/Accueil.html). Spero tanto che la guerra civile in Siria non duri anni!». (An. Ro.)